Il Sole 24 Ore, 28.02.2008
L'Europa ha bisogno di mercati del lavoro più flessibili per rispondere alle sfide della globalizzazione ed evitare le temute perdite di posti di lavoro. Ma può essere la stessa globalizzazione a spingere l'eliminazione di molte rigidità, compreso il modello di negoziazione dei contratti.
Un gruppo di economisti, l'European Economic Advisory Group (Eeag), di cui fa parte l'italiano Giancarlo Corsetti dell'Istituto universitario europeo di Firenze, ha appena pubblicato il proprio rapporto annuale sull'economia europea, in cui accende un riflettore in modo particolare sul mercato del lavoro. Il gruppo avanza anche le sue previsioni macroeconomiche che, per l'area dell'euro, sono in linea con quelle diffuse questa settimana dalla Commissione di Bruxelles. L'Eeag ritiene che la crescita dovrebbe frenare all'1,8% quest'anno, dopo il 2,6% dell'anno scorso, ma afferma che l'espansione robusta in altre parti del mondo e l'azione delle banche centrali dovrebbero rendere le ripercussioni della crisi finanziaria in atto meno severe di quanto temuto.
Una delle questioni più dibattute in Europa è che la globalizzazione, per effetto di una maggior concorrenza di lavoratori a basso costo, attraverso le importazioni, l'outsourcing o l'immigrazione, aumenta il rischio della perdita di posti di lavoro. E il rischio deriva dal fatto che i mercati del lavoro in Europa non sono sufficientemente flessibili e scaricano quindi sull'occupazione, soprattutto dei lavoratori meno qualificati, la mancata risposta dei salari. Le rigidità del mercato del lavoro – affermano tuttavia gli economisti dell'Eeag – non sono un dato immutabile. Ci può essere la tentazione per i politici di mantenere o addirittura rafforzare la regolamentazione del mercato del lavoro, come sta avvenendo proprio in questo periodo in Germania, ma alla fine è più probabile che la globalizzazione rafforzi gli incentivi a deregolamentare. Il risultato netto sarebbe la spinta a una maggior occupazione.
Un effetto importante della globalizzazione, sostiene lo studio dell'Eeag, è che riduce i guadagni della contrattazione collettiva per i lavoratori e quindi può contribuire a ridurre il potere dei sindacati. Recenti lavori accademici indicano che più forte è la concorrenza, più alti sono i salari ottenuti attraverso la contrattazione individuale. Ma l'effetto più importante potrebbe venire dai cambiamenti nella regolamentazione del mercato del lavoro: una serie di norme come sussidi di disoccupazione generosi, regole permissive in materia di scioperi, un alto cuneo fiscale contribuiscono tutte a tenere alti i salari. Tuttavia, se le imprese possono facilmente delocalizzare la produzione, questa regulation diventa assai meno efficace nell'assicurare salari alti, in quanto i costi in termini di minor occupazione aumentano. Una maggiore mobilità del capitale crea quindi incentivi politici a ridurre la regolamentazione.
Gli economisti dell'Eeag non si nascondono che la globalizzazione può creare gruppi, anche numerosi, di "perdenti", e si chiedono quindi se le istituzioni del mercato del lavoro in Europa e il modello di welfare state siano disegnati in modo da far condividere i guadagni della globalizzazione a fasce più ampie possibili della popolazione o se non siano invece destinati, nella loro forma attuale, a generare opposizione all'apertura globale. La loro risposta è che le rigidità riducono la capacità dell'economia di reindirizzare l'occupazione verso i settori nei quali un Paese dovrebbe specializzarsi e rendono il sistema male attrezzato per compensare i perdenti.
Fra le misure che vengono proposte per ovviare a questo problema ci sono politiche di retraining e di formazione per i lavoratori che hanno perso il posto e l'introduzione di crediti d'imposta sui redditi da lavoro, come quelli praticati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna che aumentano l'incentivo alla ricerca di un altro posto.
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