Nel suo sesto anno di pubblicazione, il rapporto annuale del EEAG presso il CESifo consiste di due parti, una dedicata a problemi macroeconomici di breve periodo, l’altra dedicata alla scelta di un modello economico europeo di lungo periodo.
Le conclusioni principali circa il breve periodo sono:
Riguardo gli aspetti di lungo periodo, le conclusioni principali sono:
Il rapporto prevede un rallentamento contenuto della crescita mondiale, sotto il 5 percento per il 2007 e il 2008. La crescita nell’Unione Europea sara’ leggermente in discesa, ma questo non interrompera’ la ripresa. Le previsioni di crescita del PIL europeo sono del 2,2 percento nel 2007, e del 2,5 percento nel 2008.
I disavanzi fiscali nell’UE sono in discesa. Ma in vista dei problemi demografici, i ritmi di discesa previsti non sono sufficienti. Al contrario, il miglioramento potrebbe essere pericoloso, in quanto potrebbe creare l’illusione che i problemi di sostenibilita’ siano in via di soluzione. I governi dovrebbero invece ristrutturare la composizione della spesa, a favore di investimento, ricerca e sviluppo e istruzione.
Il probabile apprezzamento dell’euro e il rallentamento dell’inflazione europea rendono le condizioni monetarie nell’area restrittive. Un’analisi storica della politica monetaria della Banca Centrale Europea suggerisce che il tasso di interesse e’ ora sopra il target. Considerando tasso di cambio in apprezzamento e inflazione in calo, sara’ difficile per la Banca Centrale giustificare ulteriori aumenti dei tassi.
Una politica monetaria comune puo’ essere inappropriata dal punto di vista dei singoli paesi. Il rapporto presenta un indicatore di ‘stress macroeconomico nazionale’. L’indicatore non mostra segni di convergenza tra paesi: non sembra che la sincronizzazione del ciclo economico sia aumentata dopo l’euro. Appare invece che la considerazione accordata ai paesi piu’ grandi non sia talvolta commisurata al loro peso economico.
Il capitolo analizza i problemi di aggiustamento macroeconomico nell’area dell’euro e trae lezioni dallo studio di due paesi, l’Irlanda e l’Italia.
L’Irlanda e’ un esempio di aggiustamento a fronte di uno shock espansivo. L’espansione della domanda ha causato un apprezzamento del tasso di cambio reale, che ora rende il paese vulnerabile a un calo della crescita globale. L’esperienza recente irlandese evidenzia due problemi finora sottovalutati.
Il secondo problema e’ legato alla dinamica della immigrazione, che motivata dal boom economico, contribuisce a sostenere la domanda di beni e di unita’ abitative, ampliando l’espansione.
L’Italia e’ stata invece esposta ad uno shock recessivo pronunciato, dovuto in parte alla concorrenza dei paesi emergenti e all’apprezzamento del dollaro, coincidente con una fase di crescita negativa o nulla della produttivita’. Il costo del lavoro e’ aumentato in linea con (o piu’ velocemente di altri paesi dell’area dell’euro. Il risultato e’ un apprezzamento marcato del tasso di cambio reale. Misure per riguadagnare competitivita’ attraverso una riduzione del cuneo fiscale, per quanto utili, sono insufficienti. L’unica via di uscita consiste in misure, quali la deregolamentazione generalizzata dei mercati di beni e servizi, che possano aumentare la crescita di produttività.
I dieci paesi che sono divenuti membri della UE nel 2004 hanno goduto di una crescita elevata. Solamente uno, la Slovenia, e’ stato accettato nell’unione monetaria. Nel 2006, la candidatura della Lituania e’ stata rifiutata, mentre all’Estonia e’ stato consigliato di ritardare la richiesta di partecipazione nell’area dell’euro. In entrambi i casi, la ragione per ritardare l’ingresso nell’euro e’ stata un tasso di inflazione al di sopra dei criteri di qualificazione.
L’applicazione meccanica del criterio dell’inflazione per ritardare l’entrata nell’unione monetaria sta creando una situazione di vulnerabilita’ per i paesi che partecipano nel nuovo meccanismo di cambio ERM II. La vulnerabilita’ macroeconomica e’ dovuta al rischio che al surriscaldamento della domanda corrente subentri un rapido cambiamento di rotta dei flussi di capitale, da flussi in entrata a flussi in uscita, associato a stress finanziario.
Dato che questi paesi soddisfano tutti gli altri criteri di ammissione nell’euro, nei casi in cui vi siano ragioni per ritenere che l’inflazione rifletta principalmente una piu’ alta dinamica di crescita (secondo il cosiddetto effetto Balassa-Samuelson), non c’e’ ragione per precludere la partecipazione nell’unione monetaria. E’ bene che questi paesi siano accettati nell’unione in tempi rapidi. Per i nuovi membri dell’UE, il capitolo propone uno sconto “Balassa-Samuelson” sul criterio di inflazione, fino a un punto percentuale, da aggiungere ai limiti previsti dalle regole ora vigenti.
Il modello scandinavo e’ comunemente considerato un’alternativa al modello anglosassone, per la sua capacita’ di combinare una buona performance macroeconomica con un alto grado di protezione sociale. Finlandia e Svezia hanno un elevato tasso di crescita del PIL, sebbene lo sviluppo del mercato del lavoro sia stato meno soddisfacente.
In Danimarca, lo sviluppo del mercato del lavoro e’ stato molto favorevole all’occupazione, ma il tasso di crescita’ e’ contenuto.
I paesi scandinavi hanno avuto piu’ successo nel generare occupazione – principalmente attraverso un’alta partecipazione della componente femminile della forza lavoro – che nell’aumentare il monte ore lavorato. Il numero medio di ore di lavoro effettive per lavoratore e’ alto rispetto alla maggior parte dei paesi dell’area dell’euro, ma sostanzialmente piu’ basso che negli Stati Uniti.
L’esperienza dei paesi scandinavi non dimostra che si puo’ fare a meno di riforme di liberalizzazione orientate al mercato. Al contrario, la deregolamentazione del mercato dei beni ha chiaramente contribuito alla crescita del prodotto interno. L’esperienza danese dimostra come una riduzione moderata nella generosita’ dei sussidi alla disoccupazione e un maggiore rigore nelle regole di accesso puo’ ridurre significativamente il tasso di disoccupazione. La spiegazione del basso tasso di disoccupazione danese in termini di flexicurity (sussidi di disoccupazione generosi e ridotta protezione dell’occupazione) e’ in larga misura un mito che non trova riscontro nell’analisi dell’economia di questo paese.
La lezione di politica economica per l’Europa e’ che riforme misurate sia nel mercato dei capitali sia nel mercato del lavoro possono essere molto efficaci. Le esperienze scandinave di minore successo sottolineano l’importanza di riforme simultanee in tutti i sistemi di sicurezza sociale (assicurazione contro la disoccupazione, prepensionamenti, salute ecc.). Altrimenti, una minore generosita’ nei benefit in un sistema si traduce unicamente in un eccessivo ricorso all’erogazione di servizi e benefici da parte di altri sistemi.
Le imposte sulle imprese nell’UE sono diminuite in modo significativo, sotto la pressione della concorrenza fiscale dei nuovi paesi membri. Questa viene giudicata concorrenza sleale, perche’ i nuovi membri dell’UE con le aliquote piu’ basse godono di trasferimenti netti da parte del resto dell’Unione. Ma sia le basse aliquote, sia i trasferimenti, servono allo stesso scopo: quello di attrarre capitali e ridurre le differenze di reddito nell’UE.
Una ulteriore riduzione nelle aliquote sui redditi da impresa e capitale va attesa nei prossimi anni. Questo solleva problemi di equita’ distributiva. La soluzione migliore al problema potrebbe essere imposte che colpiscano i proprietari di redditi da capitale laddove consumino (destination-based tax) -- imposte che non hanno effetti distorsivi sulla localizzazione delle attivita’ produttive. Il capitolo propone di perseguire questa strategia aumentando le imposte sul valore aggiunto (VAT, che sono imposte sia sui profitti sia sui redditi da lavoro), e contestualmente riducendo le imposte sui redditi da lavoro.
Riforme in tal senso possono essere attuate da ciascun paese individualmente (senza bisogno di coordinamento) perche’ avrebbero l’effetto di attrarre capitale dal resto dell’Unione. Se tutti i paesi adottassero una tale riforma, la concorrenza fiscale per attrarre capitali verrebbe in larga misura meno.
Numerosi paesi dell’UE hanno adottato politiche economiche di stampo nazionalistico, ad esempio bloccando fusioni tra imprese di nazionalita’ differente che avrebbero potuto migliorare l’efficienza economica, oppure promuovendo ‘campioni nazionali’. Queste politiche generalmente creano vantaggi per alcuni gruppi di interesse privati, e perdite per i consumatori.
In alcuni casi il nazionalismo economico puo’ avvantaggiare l’intera collettivita’ dei residenti nel paese, a spese delle collettivita’ estere. Questo avviene quando le imprese nazionali che ricevono sussidi e supporto di vario genere guadagnano rendite di monopolio, che sono poi trasferite all’economia nazionale. Ma i vantaggi potenziali di questa strategia nei fatti sono piu’ che compensati da analoghe politiche adottate dagli altri paesi: rimangono invece per tutti i costi delle distorsioni legate agli interventi pubblici a protezione delle imprese. Queste considerazioni suggeriscono un argomento a favore di una riduzione coordinata delle barriere all’entrata di imprese estere nelle economie nazionali dei paesi UE. In assenza coordinamento, ogni paese avrebbe un incentivo a ritardare le riforme, per permettere alle imprese nazionali di consolidare la propria posizione e quindi di migliorare le possibilita’ di cattura dei mercati negli altri paesi membri.
Il nazionalismo economico e’ spesso associato alla proprieta’ pubblica di imprese, sia totale sia parziale, che competono con imprese puramente private. Un modo efficace per contrastare il nazionalismo economico consiste nel ridurre la proprieta’ pubblica. Il dibattito di politica economica dovrebbe vertere sulla opportunita’ di regole che restringano la proprieta’ pubblica in mercati concorrenziali -- proprieta’ pubblica che talvolta persiste come residuo senza razionalita’ economica apparente.
European Economic Advisory Group at CESifo (EEAG): Il gruppo e’ formato da otto economisti di fama internazionale, da otto paesi europei. Presieduto da Lars Calmfors (Stockholm University), il gruppo include Seppo Honkapohja (Universities of Helsinki and Cambridge), Giancarlo Corsetti (European University Institute Florence), Michael P. Devereux (University of Oxford), Gilles Saint-Paul (University of Toulouse), Hans-Werner Sinn (Ifo Institute for Economic Research and University of Munich), Jan-Egbert Sturm (KOF Swiss Economic Institute, ETH Zurich), e Xavier Vives (IESE Business School).
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Presentation: EEAG Video, 4 min.
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