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Sinn: gli Usa sbagliano a minacciare ritorsioni

Press echo, La Stampa, 17 Feb 2003, 17

Francesca Sforza
corrispondente da BERLINO

E´ una sorta di barometro politico del paese. Hans-Werner Sinn, dal 1999 presidente dell´Ifo, l´istituto di ricerche economiche più prestigioso della Germania, e dal 1991 direttore del Center for Economic Studies di Monaco, è uno degli uomini che conoscono meglio il sistema finanziario e le sfumature di uno dei mercati del lavoro più interessanti d´Europa. Ogni giorno, l´istituto di cui Sinn è presidente, produce nuovi dati sul sistema Germania, dallo stato degli ordinativi industriali, agli aggiustamenti delle percentuali di crescita, fino alla misurazione della reale salute delle imprese. Un lavoro di squadra che investe l´intero territorio nazionale senza dimenticare il confronto con i mercati europei, americani, asiatici. Da qui arrivano i suggerimenti più preziosi per i governi e per gli investitori: dove spostare i mercati, dove orientare domanda e offerta, dove indirizzare il cammino delle riforme.

Professor Sinn, quali conseguenze potrebbe avere una guerra in Iraq?

«Dipende: una guerra veloce non avrebbe nessun particolare effetto negativo. Problematica, piuttosto, è l´attesa di una guerra, che diffonde insicurezza tra gli investitori e i consumatori e che provoca, di conseguenza, un rallentamento dei consumi. Se la guerra invece cominciasse e andasse velocemente a buon fine, la congiuntura conoscerebbe una crescita positiva. Ma la prego, non mi fraintenda. Io non sono affatto a favore di una guerra. Vede, il mio paese ha conosciuto tutto il male legato a una guerra, e a scuola ci hanno insegnato che la guerra preventiva rappresenta una profonda lesione dei diritti dei popoli. Non capisco per quale motivo ciò non debba più valere soltanto perché il presidente americano ? di cui peraltro io ho grandissima considerazione ? ha intenzione di cominciare una guerra a tali condizioni.

Esiste il rischio di una recessione globale oppure che il cammino della globalizzazione si arresti?

«Nel caso di un attacco militare rapido, ovvero di una "guerra veloce", non credo che gli effetti sull´economia mondiale siano drammatici, né che i meccanismi fondamentali dell´economia globale possano essere minati alla base - anche se permane il rischio di un rallentamento generale della crescita. Nel caso invece di una guerra lunga, gli effetti potrebbero essere molto piú pesanti, soprattutto in conseguenza di un aumento dei prezzi del petrolio. L´esperienza insegna che in questi casi l´economia mondiale reagisce sempre molto negativamente».

Crede che la posizione del governo tedesco sulla questione irachena possa danneggiare le relazioni economiche tra la Germania e gli altri partner europei?

«L´Europa è divisa, ma non soltanto a causa dell´atteggiamento del governo tedesco. Il primo è stato piuttosto Tony Blair, che senza curarsi di concordare una posizione insieme agli altri colleghi europei, si è schierato a fianco degli Stati Uniti. Poi è arrivato il governo tedesco, che ha preso una posizione opposta e che si è mosso con grande goffaggine e poca diplomazia; infine c´è stata la lettera degli Otto, che ha finito di spaccare l´Europa. Così non può andare avanti. L´Europa ha bisogno una volta per tutte di un governo eletto da un Parlamento, che sia competente per la politica estera. Fino ad allora, gli europei saranno come dei bambini, nei confronti degli americani».

Le imprese sono preoccupate per un possibile boicottaggio dei prodotti tedeschi da parte degli Usa. Crede che si arriverà a tanto?

«Non ho a disposizione cifre precise, ma mi auguro davvero che gli americani non facciano un errore del genere. Se boicottaggio ci sarà, credo che la solidarietà dell´Europa sarà chiamata a una difficile prova di coraggio».

Quali sono secondo lei le riforme che il governo tedesco dovrebbe avviare in un momento di così grande tensione internazionale per dare nuovo impulso all´economia?

«La Germania deve cogliere l´occasione offertale da questa crisi per ridurre i costi di uno stato assistenziale che è diventato troppo gravoso. E quindi bisogna riformare le norme a tutela del licenziamento e bisogna riformare il diritto contrattuale. La Germania è sul punto di perdere la propria capacità concorrenziale perché i tedeschi sono diventati troppo cari. Dobbiamo stringere la cinghia, non c´è altra soluzione».

Il ministro Clement ha accennato alla possibilità che un prolungarsi della crisi, o un´eventuale guerra, potrebbero portare la Germania o altri paesi a non rispettare i criteri previsti dal patto di stabilità nel 2003. Cosa ne pensa?

«Il patto di stabilità permette di oltrepassare la soglia del 3% di deficit nel caso in cui si attraversa un periodo di recessione. Quindi direi che prevede già come far fronte agli effetti negativi della congiuntura. Senza una recessione però, i limiti definiti a Maastricht non si devono superare, altrimenti si determinerebbe una caduta di credibilità dell´intero sistema monetario europeo».

E se la guerra invece non ci dovesse essere, quali sono le vostre previsioni?

«Credo che nel 2003 non possiamo attenderci la tanto sperata ripresa, quanto una strascicata tendenza al miglioramento, nel migliore dei casi. La capacità di crescita, quella che si nutre di nuovi investimenti e che per questo porta alla creazione di nuovi posti di lavoro, si è spostata in altri paesi».

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